Toto Aroldo, disabile mal assistito

Toto Aroldo«Mio figlio è disabile, non privo di dignità. Ha bisogno di assistenza per assolvere ai bisogni primari, ma questo non vuol dire che debba essere considerato un allettato; ha diritto all’assistenza domiciliare, ma se il servizio deve essere svolto in queste condizioni offensive per la sua dignità di persona, prima che di disabile, meglio rinunciare a tale servizio e cavarcela da soli, io e lui, così come abbiamo sempre fatto da quando è nato 33 anni fa».

A parlare è Restituta Prota, docente di scuola superiore, madre di Antonio Aroldo, un giovane di 33 anni affetto da tetrapresi spastica grave, una disabilità che però non gli ha impedito di laurearsi in storia con 110 e lode e diventare giornalista pubblicista scrivendo su un giornale web.

Toto Aroldo e Restituta Prota«Toto – racconta la mamma – è tutt’altro che un disabile inattivo. Passa le giornate davanti al pc lavorando ai suoi articoli, informandosi su cosa avviene nel mondo e saziando la sua immensa sete di sapere, documentarsi, comunicare con amici reali e virtuali. È un ragazzo intelligente e perspicace tanto da aver sventato, un paio di anni fa, un furto in casa nostra ed aver consentito l’arresto del responsabile. Una notizia che fece il giro del web e dei maggiori organi di stampa nazionali. Eppure un giovane così, gli operatori della società di assistenza domiciliare, hanno deciso che deve essere considerato ed essere trattato come un allettato, semplicemente perché ha bisogno di aiuto per salire e scendere dalla sua carrozzella o per andare in bagno. Il tutto giustificandolo con una legge dell’81 che non li autorizzerebbe a sollevare pesi superiori ai 25 kg. Questo però non avveniva quando il servizio era gestito dalla partecipata del Comune che, io tra le prime firmatarie perchè fosse istituita, garantiva realmente assistenza a tutti i disabili».

La donna ha così protocollato una richiesta formale di intervento alo sindaco Domenico Giorgiano, per informarlo di quanto da mesi accade a Toto come a tanti disabili del comune vesuviano e della sua formale rinuncia al servizio di assistenza domiciliare «Perché – spiega – così erogato è offensivo della dignità di mio figlio, ma anche di tutti i cittadini di San Giorgio che tale servizio, attraverso le tasse, lo pagano profumatamente. Da inizio luglio, ogniqualvolta gli operatori bussano alla mia porta, tra l’altro senza informare né concordare la venuta, dico che possono ritornare a casa».

La donna racconta poi gli aspetti che l’hanno portata a rifiutare il servizio, alcuni sulla qualità delle prestazioni erogate, altri sono perplessità sul personale di cui la nuova società si serve.

«Premetto – dice la professoressa Prota – che il servizio negli anni si è sempre più ridotto circa la propria durata, attualmente solo 3 ore settimanali erogate in tre giorni. Ultimamente i due operatori previsti sono sempre diversi,  ho poi scoperto che tra loro vi sono anche ex detenuti e qualche volta è stato anche tentato di mandare una donna che si sarebbe dovuta occupare dell’igiene personale di Toto, creando notevole imbarazzo nel giovane e senza rispettare la sua dignità. Altre volte è capitato che ho atteso per più di mezz’ora l’arrivo degli operatori, salvo poi sapere, solo dopo una mia telefonata di sollecito alla società, che quel giorno non sarebbe venuto nessuno perché vi era carenza di personale. Anziché un’ora, infine, gli operatori, approfittando della mia assenza, sono rimasti a casa non più di 40 minuti. Spesso poi, per velocizzare i tempi, non aspettano neanche che Toto firmi le ricevute, ma mettono loro una sigla al posto della sua firma». Di fronte ad un trattamento dichiarato irrispettoso, la donna e suo figlio, hanno così comunicato al sindaco la rinuncia al servizio e chiedono che il comune elargisca loro le sovvenzioni, anni addietro rifiutate, «per poter scegliere – dicono – personalmente gli operatori competenti ed affidabili che il servizio pubblico non è più evidentemente in grado di offrire!».

Fonte: Il Roma – 19 Lugilo 2013

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