Il Presidente Mattarella inaugura l’a.s. In ricordo di Davide Sannino

Davide SanninoNon al Quirinale, come gli anni scorsi, ma in un istituto di periferia, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella inaugurerà il nuovo anno scolastico e lo farà nel ricorso di Davide Sannino, il 19enne sangiorgese barbaramente ucciso 19 anni fa, per resistere al furto del suo motorino.

Location della cerimonia di inaugurazione, l’Ipia di Ponticelli dedicato proprio al ragazzo prematuramente scomparso.

La storia di Davide Sannino nell’accordo ricordo che ne fa Luciana Esposito sul portale “Napolitan”.

Davide Sannino, 19 anni, un diploma di odontotecnico e un altro per insegnare a suonare il pianoforte, conseguiti quello stesso anno, nel 1996.

Ponticelli, quartiere della periferia est di Napoli è la roccaforte del clan Sarno, il cui bunker è collocato nel Rione De Gasperi. Il clan, giunto alla conquista del quartiere nel post-terremoto, per effetto del declino della Nuova Camorra Organizzata, negli anni ’90 vive il periodo più florido della sua storia.

Un venerdì sera di luglio, Davide festeggia in pizzeria con tre amici la fine degli esami per conseguire il diploma da odontotecnico. Luca, Davide, Michele e Luca: quattro compagni di scuola che dopo aver condiviso l’ansia per l’esame, vogliono godersi la gioia della conquista. Insieme. Una pizza, una birra, e poi quattro chiacchiere nei giardini in piazza a Massa di Somma, un piccolo paese ai piedi del Vesuvio. A mezzanotte la festa sfocia nel sangue quando sopraggiungono altri quattro ragazzi, pressoché loro coetanei, ma sopraffatti da un concetto malsano e ben più falsato di divertimento. A loro non bastano pizza, birra e due risate. Meglio un paio di scooter e un po’ di soldi rubati ai primi che capitano sotto tiro. E sotto tiro sono capitati Davide e i suoi amici. Un quattro contro quattro ad armi impari, perché i rapinatori hanno “il ferro”. Il motorino e la Vespa, i pochi spiccioli e gli orologi. Questo “il bottino di caccia”. Davide e i suoi amici erano stati costretti a consegnare tutto quello che avevano, sotto la temibile minaccia dell’arma. È successo tutto in pochi minuti. Proprio Davide è riuscito quasi ad evitare le botte indietreggiando di qualche passo. Pensava che a lui fosse andata meglio che agli altri, ma non voleva scappare. Anzi, si è fatto avanti quando ha visto che nella confusione le chiavi del ciclomotore erano cadute: si è piegato, ha avuto il tempo di raccoglierle e subito uno dei rapinatori, gliele ha strappate dalle mani. Lui continuava a tenere gli occhi fissi negli occhi dell’altro, ma era la paura a impedirgli di cambiare espressione. Già, Davide li aveva visti bene, li aveva guardati in faccia. Quello che impugnava la pistola, lo aveva guardato dritto negli occhi. Non aveva detto una parola: guardava. Guardava soltanto. E forse per questo il malvivente ha avuto paura. Si è sentito minacciato da quegli occhi fissi che, paradossalmente, hanno saputo incutergli paura, anche se quello armato era lui. Quegli occhi che lo scrutavano a fondo rappresentavano una minaccia da zittire ed, allora, a decretare l’epilogo della storia ci pensa lei: la pistola. Quel ragazzo si era impadronito di tutto, anche del motorino che non era neanche di Davide, dopo essere salito sul “Sì ” e aver dato il primo colpo di gas per andarsene si è fermato. E’ tornato da Davide e ha sparato per ucciderlo. Gli amici di Davide lo hanno visto compiere quel gesto con freddezza. Un colpo, uno solo, dritto alla tempia.

Non è morto subito, Davide. È rimasto attaccato per tre giorni ad una macchina che ha lasciato lentamente assopire le speranze dei suoi familiari, di chi lo conosceva, di chi gli voleva bene e di chi, semplicemente, ha sperato che non fosse il feroce braccio armato della criminalità ad avere la meglio.

Il suo cuore ha continuato a battere, in quella mesta stanza dell’ospedale Cardarelli, anche se i medici lo avevano già definito clinicamente morto.

Figlio di Antonio, un bidello che con lo stipendio da statale ha tirato su i suoi cinque figli, Davide era prossimo a partire per il servizio militare, aveva fatto domanda per farlo nei carabinieri.

Ironia del destino, pochi giorni dopo, sono proprio i carabinieri ad arrestare il suo assassino. Giorgio Reggio, 21 anni, professione muratore, una moglie e un figlio di pochi mesi e l’omicidio di un ragazzo pressoché suo coetaneo a macchiargli coscienza e fedina penale. Fisico asciutto e capelli rasati, lo hanno fermato all’alba mentre dormiva nella vecchia casa di uno zio, un rudere che con i parenti stava ristrutturando, e dove sarebbe dovuto andare ad abitare con la famiglia.

“Ma che diritto avete di essere tanto aggressivi e prepotenti?”: questa la frase che si era lasciato sfuggire Davide, mentre Reggio e i suoi complici se ne andavano con i motorini e gli orologi rubati. E, allora, Giorgio si è sentito offeso. Oltraggiato. E ha reagito con tutto il coraggio che gli consentiva quella pistola che stringeva tra le mani: sparando per uccidere. “Ho perso la testa… ha detto .. Mi è sembrato che volesse sfidarmi e ho perso la testa“: questa la frase che farfuglia per “legittimare” quell’omicidio.

Agli agenti che l’hanno tratto in arresto, ha confessato di pregare ininterrottamente da quella sera, affinché Dio salvasse la vita di Davide.

Invece il cuore di quel 19enne pieno di sogni e di vita, si è fermato alle sette della sera prima, dopo esser rimasto attaccato per tre giorni solo ad una macchina del reparto di rianimazione dell’ospedale Cardarelli.

Di lì a poco è stata ritrovata l’arma, seppellita nel giardino della sorella di Reggio e gli inquirenti hanno arrestato i suoi complici. Tutti incensurati, scevri da qualunque legame con la criminalità organizzata, quindi impossibilitati ad usufruire di “appoggi autorevoli” per sottrarsi alla cattura ed impedire all’esercito di uomini in divisa che ha fin da subito scandagliato l’hinterland vesuviano di risalire a loro. Per giunta, le organizzazioni criminali erano finanche indispettite dal “casino” generato da quei quattro balordi, le cui ricerche intralciavano i loro business. Quindi, i quattro, erano costretti a rifugiarsi presso le loro abitazioni, piuttosto che in quelle di parenti fidati, ma in realtà piccole come quelle che contornano la realtà dei paesi vesuviani, anche le mura hanno orecchie e quel colpo di pistola sparato alla nuca di quel giovane rappresenta uno di quei gesti che la gente perbene non sa coprire. Questo mix di combinazioni ha messo le forze dell’ordine in condizione di risalire in tempi lampo ai rapinatori e al killer di Davide.

Questa è la storia di Davide Sannino: il ragazzo che dà il nome all’Ipia di Ponticelli, l’istituto scolastico che oggi, 28 settembre, accoglierà la visita del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella per l’inaugurazione dell’anno anno scolastico.
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